venerdì 30 gennaio 2009

Come volevasi dimostrare (new bar open)



Lo scrivevo qui, forse un po' esagerando, ma neanche tanto, visto che oggi mi arriva un comunicato stampa (lieto e multicolore sigh...) che informa dell'apertura di un nuovo bar...

Ora, quanto può interessare ad un giornale il fatto che sta per aprire una nuova attività? Che si mangia bene, che si bevono vini di qualità, che l'happy hours è economico, che è luminoso etc etc...? Forse interessa di più ad un povero giornalista sulla strada dell'alcolismo, che almeno sa dove andare a bere il bicchiere della staffa la notte dopo aver chiuso il giornale.

La distinzione tra comunicato stampa e pura pubblicità ormai sta diventando sempre più labile, e i giornali sono pieni di redazionali mascherati da articoli. Non dico niente di nuovo, ma basta leggere con un po' d'attenzione per farci caso, e scartare quegli articoli, e quei giornali, che vogliono manipolare in maniera disonesta la nostra attenzione.

In quanto al bar, tanto lo so che domani leggerò "l'articolo" su qualche giornale. Io ci vado solo se le bariste sono come quelle del Coyote Ugly...

Tuttopalomba alla Feltrinelli

Se correte fate ancora in tempo: stasera, Venerdì 30 gennaio alle ore 18.00 Johnny Palomba presenta, legge e commenta presso la Feltrinelli di Via Appia Nuova 427, a Roma Tuttopalomba - Il meglio del peggio dal 2001 al 2008, la raccolta delle migliori “recinzioni” pubblicata da Fandango Libri.



Il libro: Sette, come i sette vizi capitali, come i sette re di Roma, come le sette meraviglie del mondo, come i sette colli della capitale, come i sette nani, come le sette note musicali, arriva nelle librerie italiane il settimo libro di Johnny Palomba.
Tuttopalomba è il volume già cult del più celebre critico cinematografico non convenzionale. L’unico clandestino a cui nessuno mai riuscirà a prendere le impronte digitali, colombiano di nascita, ma romanissimo di adozione, Johnny Palomba raccoglie in questa antologia il meglio di tutti e sei volumi già editi insieme alle immancabili recinzioni dei successi o fiaschi cinematografici dell’ultima stagione.
Johnny Palomba è nato a Bogotà alla fine degli anni Sessanta. Ha vissuto di espedienti per anni, ha lavorato per i servizi segreti di mezzo mondo. Da settembre 2007 è il direttore assoluto di Fandango web TV una quasi testata giornalistica semi clandestina dedita alla “contro contro” informazione e al cazzeggio totale.
Pagine 336 - Prezzo 10,00

Hanno di scritto di lui, ma tanto a lui non interessa:

“Un ibrido fra Ennio Flaiano e Francesco Totti.”
Marco Giovannini, Panorama

“Chiunque sia Johnny Palomba, questa dissacrante raccolta di recensioni di film brilla per ironia e anticonformismo.”
Paola Piacenza, Io Donna

“Er Palomba, critico coatto e irresistibile, è un campione nelle tre categorie: cinema (e non solo), critica, cultura romanesca.”
Fabio Ferzetti, Il messaggero

“Si tratta di recensioni cinematografiche e di altri testi in romanesco, inteso non solo come lingua, ma anche come punto di vista sul mondo. E fa molto ridere.”
Stefano Bartezzaghi, Venerdì di Repubblica

giovedì 29 gennaio 2009

Life on the tracks

Riles
Regia: Ditsi Carolino
Filippine-UK, 2002



Ditsi Carolino, documentarista indipendente, inizia la sua carriera come regista all’interno di una ONG a Mindanao. Il suo primo documentario risale al 1991; dirige poi altri documentari per più di dieci anni, alcuni dei quali ottengono numerosi riconoscimenti a livello internazionale. Tra i film maggiormente conosciuti, per via dei festival, Bunso, la storia di tre bambini imprigionati in un carcere di Manila insieme a criminali adulti. Riles-Life on the tracks, è la fotografia spietata di una zona degradata: siamo a Balic-Balic, un sobborgo di Manila, una baraccopoli fatta di miseria e povertà, invasa da sporcizia e topi, in cui vive un’eterogenea umanità che sbarca il lunario come può. Il sobborgo viene costantemente attraversato da un treno - da qui il titolo del film - che taglia in due il cuore del sobborgo.

Il film segue le vite di Eddie e Pen Renomeron e dei loro cinque figli - due naturali e tre adottati dopo che i loro genitori naturali furono schiacciati da un treno.

L’apertura del documentario introduce l’ambientazione: il fischio di un treno in lontananza, dettagli di uomini, donne e bambini che giocano, lavorano e vivono troppo vicini ai binari di quel treno. Poi il treno compare, continua a fischiare e ad avanzare. Le persone sembrano svegliarsi e accorgersi del suo arrivo. Lentamente si allontanano. Per lo spettatore è troppo tardi. Ormai è immerso in questo mondo, e per 70 minuti non può far altro che osservare e rabbrividire, a denti stretti.

La telecamera affonda come un bisturi in un corpo malato nella quotidianità degli abitanti di Balic. Senza pudore, senza inutili sentimentalismi, senza nessun tipo di intimità, viene svelata del tutto l’essenza del loro vivere. La loro quotidianità viene svelata: osserviamo così il petto senza un seno, divorato da un cancro, di Pen; Eddie che le pulisce la cicatrice; i giochi dei bambini accanto alle rotaie, i momenti di relax, la voglia di dimenticare la loro condizione bevendo, giocando a carte, cantando una triste canzone al karaoke che esprime la speranza di una vita migliore che Dio, prima o poi, donerà a tutti i poveri. E’ doloroso, assistere a questo documentario, ma necessario: vediamo candidati politici che vanno a visitare la baraccopoli dando speranza (tutto il mondo è paese, eh?!), e vediamo poi gli abitanti che si lamentano perché le elezioni sono finite ma per loro non è cambiato nulla (che novità!); vediamo la baracca della famiglia Renomeron abbattuta, e loro che si allontanano verso un altro tugurio. Eppure dai loro occhi emerge prepotente una grande dignità, una mesta rassegnazione, un dolore cieco. E, nonostante tutto, la voglia di sognare una vita migliore.

Vincitore nel 2003 come miglior documentario al Cinemanila International Film Festival.

Princese - Memorie di teatro e carcere

PRINCESE
Diario di bordo. Memorie di teatro e carcere: sezione femminile




Teatro, musica del Faber, attualità dolorosa, sensazioni forti, tutti buoni motivi per andare a teatro a vedere quest'opera coraggiosa.

Una storia di Princese, di donne segnate dalla droga, donne immigrate, madri di famiglie mafiose... donne che attraverso il teatro si ri-conoscono, da Le Serve di Genet a Victoria Station di Harold Pinter, rivivendo sulla scena frammenti di vita, memorie di teatro, speranze di futuro...

Dopo essere stato presentato alle donne del carcere di San Vittore e alla rassegna Dieci Palchi per Fabrizio De Andrè a Osnago, “PRINCESE” arriva a Roma in una versione studiata ad hoc per il piccolo spazio dell’Accento Teatro, dal 5 all’8 febbraio.
Una versione da camera che racconta l’incontro tra il teatro e le donne recluse con la consapevolezza e l’onestà di chi ha lavorato in molte carceri italiane ed europee da San Vittore a Rebibbia, da Berlino a Barcellona.
La regista Donatella Massimilla, insieme alle attrici Gilberta Crispino (nella foto) e Francesca Romana Nascè, riscrive per la scena un "Diario di bordo" intenso e insolito, accompagnato alla chitarra dalle canzoni di Faber, eseguite da Juri Aparo, e dalle immagini di repertorio di anni di lavoro teatrale recluso.

Una narrazione che viaggia sul filo dei personaggi imperfetti di De Andrè, grazie a quei versi che più di altri sono ancora oggi in grado di raccontare solitudini, rifiuti, marginalità e “quell’amore per l’amore” (Dori Ghezzi) che vive nei grandi dolori e nelle grandi assenze.

Una narrazione teatrale di Donatella Massimilla
Con Gilberta Crispino, Donatella Massimilla, Francesca Romana Nascè
Accompagnata dalle canzoni di Fabrizio De Andrè eseguite da Juri Aparo
Installazione video Fabio Giorgetti


Accento Teatro, Via Gustavo Bianchi 12/A (Testaccio - Roma)
Dal 5 all’8 febbraio h 21.00
Biglietto unico 10,00 euro
Per info e prenotazioni 06.57.28.98.12

mercoledì 28 gennaio 2009

Presentazione del libro "La bella stagione"

Non conosco nè libro nè autore. Informano me, io informo voi. Se ne sapete di più scrivetemi pure.



Giovedi 29 gennaio 2009 ore 19.00 presso la Libreria Fahrenheit 451 a Campo de’ Fiori, 44 – Roma si terrà la presentazione del libro La bella stagione di Valentino De Bernardis edito da Bonanno Editore. Moderatore: Carlo Dutto.

Breve Sinossi:
Il matrimonio di un amico spinge Julius a tornare a casa dopo molti anni. Non si tratta di un evento di particolare importanza nella sua vita, ma solo una scusa per chiudere definitivamente una relazione sentimentale che sempre più brucia, consuma. Il viaggio di ritorno in Italia, però, sarà veicolo di nuove amicizie e di un inaspettato, nuovo amore.

Un estratto dal libro:
A Julius non era mai piaciuto viaggiare in treno, e men di sempre ora che lo stava riportando a casa. Non aveva con se molte cose al di fuori della sua solita sacca color senape, un giornale di tre giorni prima che ancora non era riuscito a leggere e qualche centinaio di pesetas che ancora non aveva convertito in lire. Non so ben dire se non fosse riuscito per mancanza di tempo o non avesse voluto per mancanza… beh si… di coraggio. Sarebbe stata un’ulteriore cesura con un, seppur recente, passato; e lui purtroppo o per fortuna ne aveva fatte troppe nel corso della sua vita. Ad ogni modo erano molte più cose di quando, anni addietro, aveva intrapreso il folle volo.

Festival Internazionale Cortoacquario



Il Festival Cortoacquario, giunto alla terza edizione, ha lo scopo di promuovere e valorizzare cortometraggi, documentari, inchieste, nazionali ed internazionali, che raccontano e interpretano artisticamente il Mare e tutte le tematiche ad esso connesse. E' possibile inviare materiale fino al 20 giugno 2009.

Anche quest’anno il Festival Cortoacquario, affiancherà la rassegna cinematografica Santamarinellafilmfestival 2009.

Una giuria prestigiosa, presieduta dal regista Alessandro D’Alatri, assegnerà i seguenti premi:

* Miglior cortometraggio (euro 1.000,00)
* Miglior documentario (euro 1.000,00)
* Menzione speciale della giuria (euro 1.000,00)

Cortoacquario è parte di un progetto più vasto di "sensibilizzazione al mare" già iniziato dall'Associazione Acquario Infinito, nata per ricordare Giulio Balestreri, ucciso in mare il 10 Agosto 2005, da un’imbarcazione che non rispettava i limiti di velocità e le distanze dal pallone segnasub.

Per informazioni e regolamento consultare il sito www.cortoacquario.com

I segreti di Twin Peaks

Nell'oscurità di un futuro passato / Il mago desidera vedere / Un uomo canta una canzone tra questo mondo e l'altro / Fuoco cammina con me



Torna Twin Peaks, e arriva direttamente in edicola. La leggendaria serie tv di David Lynch sarà infatti in edicola, in versione integrale e completa, per 5 settimane, con Ciak. La prima uscità sarà il 30 Gennaio, due dischi a € 12,90, A questa seguiranno le altre quattro, allo stesso prezzo, il 6, il 13, il 20 e il 27 Febbraio.

Era il 9 Gennaio del 1991 quando Canale 5 mandò in onda il pilot della serie, che fu seguita da quasi 11 milioni di spettatori. E in Italia fu subito "Twin Peaks mania". "Chi ha ucciso Laura Palmer" divenne un tormentone, le riviste pubblicavano speciali su speciali sul telefilm, si "indagava" sul passato torbido dell'adolescente uccisa, si pubblicò il suo diario (scritto da Jennifer Lynch, figlia di David), ma forse non tutti, catturati dall'apparente intreccio giallo e dal successo mediatico, capirono la portata dell'evento.

Twin Peaks fu uno spartiacque. Parlando di serie tv, fu una rivoluzione e rimane ancora oggi una pietra miliare. Ma non è solo quello. I picchi visionari della serie, mai visti su piccolo schermo, sono capaci ancora di turbare; Lynch contaminò, infettò l'apparecchio televisivo con la sua immaginazione e i suoi sogni/incubi e poi, quando la ABC gli chiuse la serie per un calo degli ascolti, proseguì per la sua strada fino a concepire i suoi incubi filmati perfetti (figli di Twin Peaks così come quest'ultimo era figlio di Eraserhead - La mente che cancella), Mulholland Drive e INLAND EMPIRE

Un'ottima occasione, questa uscita in edicola, per vedere/rivedere/collezionare la serie.

Intanto godetevi l'intro della serie, con l'inquietante e indimenticabile commento musicale di Angelo Badalamenti.

martedì 27 gennaio 2009

Camilleri Jam Suite - La favola infinita



Per chi ama Camilleri e ascoltare della buona musica (e magari è di Roma) un'occasione da non perdere. Nel giorno dell'uscita del nuovo romanzo di Andrea Camilleri, infatti, lo Spazio Morgana di Roma lo omaggia con un concerto-spettacolo con letture di scritti inediti del grande scrittore-sceneggiatore-regista.

Stasera, Mercoledi 28 gennaio alle ore 21, Concerto di racconti - Camilleri Jam Suite - La favola infinita. Concerto di racconti autobiografici ed inediti, favole e filastrocche di Andrea Camilleri, per ensemble di musicisti e interpreti in scena.

L'incantamento della favola e l'affabulazione delle memorie d'infanzia del grande scrittore, sceneggiatore e regista Andrea Camilleri, come gioco e reinvenzione nella chiave jazz dove chi attraversa la struttura costruisce il concerto. Incontro fra musica e parola, contaminazione fra correnti diverse, tradizione e ricerca, popolare e jazz, parola detta e gioco scenico.



Con: Alessandra Costanzo e Maria Luisa Bigai.
Musiche originali dal vivo: Filippo Alessi tamburi a cornice
Ideazione e Regia: Maria Luisa Bigai
Realizzato con la collaborazione di Andrea Camilleri
Ingresso: 10 euro con degustazione

SPAZIO MORGANA, Largo dè Fiorentini, 3, Roma
tel 06 64760051

Arisan

Regia: Nia Di Nata
Indonesia, 2003



Sakti è un giovane architetto rampante che fa parte della classe ricca di Giacarta. In tutti i modi cerca di nascondere a sua madre e alle sue due migliori amiche, Meimei e Andien, il fatto che lui è un omosessuale. Soprattutto dopo che incontra e si trova attratto da un produttore televisivo, Nino. Il loro amore crea scandalo e intorno ai ragazzi nascono un mare di pettegolezzi. Nel frattempo Meimei scopre che non può avere bambini e viene lasciata dal marito, Andien non fa altro che buttarsi in relazioni autodistruttive.

In Indonesia l’omosessualità è tollerata. Non suscita proibizioni, né reazioni razziste, non è vietata come nella vicina Malaysia. E’ tollerata, il che vuol dire che i gay possono vedersi in locali dedicati a loro, la rigidità dettata dagli strascichi della dittatura di Suharto si sta allentando, ma la situazione rimane comunque scottante. Tollerata non vuol dire accettata. E infatti in questa illusoria libertà sessuale, un bacio omosessuale non era mai stato visto su grande schermo. A rompere questo tabù ci ha pensato il giovane regista Nia Di Nata alla sua opera seconda, Arisan, dopo un passato impiegato a produrre opere per la televisione e dopo un’opera prima che ha avuto scarsa visibilità, Ca-Bau-Can, girata nel 2002.

La storia di questo gruppo di amici, benestanti, alle prese con il lavoro, le amicizie, la famiglia, le conquiste amorose, è stato presentato la prima volta in un cinema di Giacarta. Le cronache raccontano di risatine imbarazzanti, ma non ci sono state scene eccessive in grado di turbare gli animi. D’altra parte il fatto che la censura non ha tagliato la scena incriminata - in realtà poca cosa, solo uno sfiorare di labbra - è già un segno preciso del cambiamento dei tempi.

Il film tratta l’argomento con semplicità e delicatezza, evitando situazioni piccanti o scabrose, e si concentra tanto sulla vita sentimentale del giovane gay Sakti, tanto sulle sue due amiche, che nel momento in cui il giovane architetto viene sommerso da pettegolezzi, si vedono costrette ad affrontare situazioni drammatiche, sempre in ambito sentimentale. Sempre con piglio ironico e piacevole, il giovane regista dimostra di saper usare con intelligenza e coraggio il materiale umano cui dispone, rende simpatici i protagonisti, tanto che la vicenda risulta essere molto divertente da seguire, con pochi attimi di noia. Con qualche debito nei confronti del Banchetto di nozze di Ang Lee, del 1993, Nia Di Nata confeziona una comedy classica, che concede veramente poco all’esotismo a tutti i costi. Che il film sia ambientato in Indonesia si capisce da pochi elementi, ma per il resto, il film potrebbe benissimo essere ambientato in America o in qualunque altra zona del mondo. Il che non è necessariamente un male.
Vincitore nel 2004 del Singapore International Film Festival e del San Francisco International Lesbian and Gay Film Festival.

domenica 25 gennaio 2009

Sandman, ovvero Lucifero su una sdraio ammira il tramonto



Sono un fan di Sandman da quando uscivano, nel lontano 1994, editi dalla Comic Art, agili albetti a 1500 lire con su scritto "fumetto dark". Non ebbero molto successo, Sandman sparì nel limbo per essere poi ripescato dal Corvo Presenta, divenuto poi Vertigo presenta, insomma dalla sempre lodata (da me, per tutti i fumetti e gli autori che mi ha fatto conoscere) Magic Press. Poi sono usciti i volumi monografici, e per la prima volta ho potuto farmi un'idea del corpus narrativo magistrale imbastito da Neil Gaiman.

Adesso, per chi non lo sapesse, Sandman sta riuscendo in edicola, edito dalla Planeta De Agostini, che sta ristampando la serie dal primo numero a €4.95.



Se non conoscete Sandman è un buon motivo per cominciare. Per rimanere in ambito Vertigo, la Planeta sta ristampando anche quel capolavoro di Preacher e le storie di quel bastardo di John Constantine, ovvero Hellblazer (di cui torneremo a parlare).

Ma torniamo a Sandman: lirico, poetico, appassionante, Gaiman infonde tutta la sua poetica nelle pagine dell'opera, e quello che ne emerge è un atto di amore verso tutta l'esistenza, una pietas oscura e umana che contagia il lettore nel seguire la storia del Signore dei Sogni e della sua bizzarra famiglia di Eterni: Desiderio, Delirio, Disperazione, Destino, Morte e, appunto, Sogno.
Gaiman prediligie una narrazione a volte frammentata a volte epica... si susseguono brevi racconti o lunghe saghe, si attraversano i periodi storici, le epoche e le dimensioni, si freme per la sorte degli umani che hanno a che fare con creature umorali, si rivisitano dei e mitologie, si incontrano personaggi storici realmente esistiti; il mood dell'opera la danno i dialoghi perfetti dell'autore e i disegni degli artisti coinvolti, per non parlare delle copertine del mai troppo lodato Dave McKean.
Gaiman a volte racconta favole dolci e bellissime, altre volte dolorose e terribili, ma sono sempre storie che vale la pena leggere, anche se a volte la sensazione che danno è quella di una piovosa mattina autunnale. Sandman non è un fumetto semplice, che si legge per svago in pochi minuti e poi si dimentica, Sandman è un'opera complessa e stratificata, che richiede tempo, concentrazione e dedizione. Voi dedicategli attenzione, e lui vi ripagherà con generosità.

Da comprare, da leggere, da gustare fino in fondo, e poi da rileggere ancora...

Per concludere voglio citarvi uno dei miei dialoghi preferiti: si trova alla fine di un volume intitolato La Stagione delle Nebbie. In questo volume Lucifero ha appena abbandonato l’Inferno, il Signore dei Sogni gli ha strappato le ali. L'Angelo caduto se ne sta in riva al mare, l’aspetto di un giovanotto, con cicatrici sulla schiena, stravaccato su una sdraio. Arriva un vecchio, zoppicando, reggendosi su un bastone, e si avvicina a Lucifero.

“Ci siamo già visti, amico. Sulla spiaggia. Si dorme all’aperto, eh?”
“Già, direi di si”.
“Bè, ci sono posti peggiori. Di giorno fa un po’ caldo, ma basta andare a fare un tuffo per tornare nuovo. Di giorno vengo qui spesso. Le spiagge sono fatte per i giovani…sai, tutti a guardare quelle pollastre con quasi niente addosso! Ti dico una cosa, amico. Se vent’anni fa una ragazza si fosse fatta il bagno in topless, noi l’avremmo disprezzata”.
“Davvero? Vai avanti”.
“Io vengo qui la sera a guardare il tramonto. E’ stupendo stasera, no?”.
“Direi proprio di si”.
“Voi giovani non avete idea…io venivo quaggiù, con mia moglie e i gemelli. Darren morì in Vietnam. Sean i io reagimmo maluccio quando sentimmo il radiogiornale. Lui si schiantò con la macchina, ma solo io ne uscii vivo. Quando fui dimesso dall’ospedale mia moglie e io continuammo a venire qui. Lei si beccò un cancro al seno…insomma…ora sono solo. E vengo ancora qui a guardare il tramonto. Sai, è una meraviglia quasi ogni sera. Ed è ogni volta diverso. Insomma, ho avuto una vita di m***a, non è stata giusta, tutti coloro che ho amato sono morti, e le gambe mi fanno un male cane…ma poi penso: un dio capace di fare tramonti come questo, uno diverso ogni sera…diamine, merita rispetto quel vecchio bastardo, no?
Giusto. Se sei ancora qui domani sera, ci rivedremo”.
“Forse ci sarò”.
“Sei un inglese, vero? A posto. Ne ho conosciuti di inglesi in gamba. Ci vediamo amico”.


Il vecchietto si allontana. Lucifero se ne sta un attimo in silenzio. Poi dice

“Eh, si, devo ammetterlo, ha proprio ragione. Questi tramonti sono la fine del mondo, vecchio bastardo! Soddisfatto?”

Poi si stravacca sulla sdraio.

sabato 24 gennaio 2009

Let's Love Hong Kong

Ho Yuk
Regia e sceneggiatura: Yau Ching
Hong Kong, 2002



Giochi di seduzione tra tre donne: Zero è una ragazza che vive in un cinema in disuso. Incontra Chan, che dice a tutti di “lavorare con i computer”, mentre in pratica presta la sua immagine rielaborata digitalmente per poi apparire in un sito porno, Let’s Love. Una delle più grandi fan di Chan è la prostituta Nicole.

Primo film lesbico prodotto ad Hong Kong da una regista donna, Let’s Love Hong Kong, di Yau Ching, racconta la vita, il lavoro, la sessualità, la quotidianità di tre donne, in una Hong Kong mai così desolata e squallida, inedita sul grande schermo. Tanti gli ingredienti del film: sesso mercenario, pornografia, solitudini assortite fanno da sfondo agli incroci sentimentali delle tre donne, e poi internet, e il suo ruolo nei rapporti sociali, le nuove frontiere della tecnologia prive di ogni aspetto levigato, in cui emerge solo una profonda malinconia che avvolge tutti i luoghi e le persone.
La regista, alla sua opera prima nel lungometraggio (con i suoi cortometraggi ha vinto premi e riconoscimenti in tutto il mondo) gira in modo stilizzato, sporcando spesso le immagini con una fotografia satura di luci e ricca di zone d’ombra. Il budget inesistente con cui ha girato ha giovato all’immagine del film, rendendo molte scene come sospese nell’aria, rendendo i corpi galleggianti, in attesa di un attimo di requie, una carezza che non sia solo uno squallido rapporto mercenario o autoerotismo davanti lo schermo di un computer.

In molti hanno parlato del film accostandolo alla visionarietà di David Lynch e al modo di girare di Wong Kar-wai, ma la giovane regista cerca una strada tutta sua, personale e molto sincera.

Interessante, nel film, il continuo accostare le sue donne agli animali. In effetti, Yau Ching tratta le sue donne come animali, di cui il film è pieno: cani, gatti, pesci. Su tutto un onnipresente documentario sulle giraffe. Gli animali sono esseri perfetti, che modificano il loro corpo in base all’ambiente che hanno intorno, che si adattano facilmente a qualsiasi condizione ambientale. E’ così anche per gli esseri umani? A giudicare dal film, no. E non è solo questione di territorio inospitale - mai vista una Hong Kong così degradata, piena di rovine e macerie, carcasse di auto, sporca; anche un luogo virtuale come il web è l’ennesimo strumento che divide; dovrebbe facilitare il dialogo, e finché si è nel virtuale è anche così. Ma quando ci si ritrova spalla a spalla su un terrazzo, o su un treno, allora il silenzio è l’unica cosa che prevale nei rapporto umani.
Film sui desideri inespressi, il primo film lesbico di Hong Kong usa la sessualità per parlare di solitudine. Altri poi hanno toccato e toccheranno l’argomento, ma pochi arriveranno a tali vertici di brutale sincerità.

venerdì 23 gennaio 2009

Cronaca nera (una giornata in redazione)

Quello che non dovrebbe mai succedere. Quello di cui odio scrivere. Quello di cui campano i giornali.

In cinque violentano una ragazza

Cronaca di una giornata qualunque in redazione. Si scrive delle solite cose in una mattina qualunque già impostata in vista della chiusura del giornale.
Poi le notizie iniziano ad arrivare frammentate, nella notte è successa una storiaccia, bisogna indagare, si chiamano i propri contatti nelle forze dell'ordine, si apprendono le prime notizie. La storia diventa più chiara, si condisce di dettagli. E poi si parte. C'è tutto quello che serve per una notizia da prima pagina; si cavalca l'onda della rabbia, della frustazione, dell'indignazione, del razzismo sottopelle e sempre pronto ad esplodere. Lacrime e sangue in egual misura. C'è chi ci campa di queste cose. Scorza dura, spalle larghe...
Si diventa cinici, si diventa indifferenti. Ma non a tutto. Io non ci sono mai riuscito. E ricordo quando il mio ex direttore mi mandò ad "intervistare" una ragazzina violentata in ospedale; o quando ero sotto casa di una mamma che non sapeva che il figlio era morto in un incidente di moto sulla Palombarese. Mi rifiuto di fare il mio lavoro. Alcune storie possono aspettare, forse per sempre.

giovedì 22 gennaio 2009

...Ing

Regia: Lee Eon-hee
Sud Corea, 2003



Al centro della storia una ragazza, Min-Ha, colpita da una malattia genetica incurabile che presto la porterà alla morte, a cui la madre non ha mai trovato il coraggio di rivelare la gravità della situazione. Min-Ha non riesce ad avere rapporti sociali per il complesso generato dall’avere una mano deforme. Nella sua vita si inserisce il giovane Young-Jae: un ragazzo di qualche anno più grande della protagonista, appassionato di fotografia, che cerca di conquistarla con ogni mezzo.

Ing è molte cose, ma prima di tutto è un film che trascina lo spettatore in un vortice di emozioni contrastanti. Un film toccante. Una commedia commovente, un dramma agrodolce che dà la possibilità di riflettere sui rapporti umani, sulla solitudine, sulla malattia. Certo non cupo o disperato, ma, anzi, tenue, nei suoi colori accesi, nei movimenti di macchina dolci e “leggeri” come i passi dei ballerini di danza classica che Min-ha ammira dal televisore; …Ing è un film sensibile, per niente patetico, pieno di freschezza e grazia.
La giovane regista Lee Eon-hee, appena ventottenne, con all’attivo un paio di corti, gira con piglio sicuro e deciso. Sa lasciarsi andare a malinconie adolescenziali, ai sogni di amore passionale della giovane Im Su-jung, sa gestire i tempi alla perfezione, tra piccoli drammi quotidiani, e molto umorismo, ma soprattutto ha il dono raro di immergere completamente lo spettatore, già dai primissimi minuti di film, all’interno di una famiglia e del dramma che sta vivendo. Perfetta per il ruolo Im Su-jung – in Italia l’abbiamo vista nel ruolo di una sorella nell’horror A Tale of two sisters - cui è difficile resistere al fascino vulnerabile - premiata giustamente come migliore attrice esordiente nel 2003. Alla giovane viene affiancata la veterana Lee Mi-sook, nel ruolo difficile della mamma, fragile e determinata a non lasciarsi vincere dalla disperazione ma decisa a far vivere a sua figlia una quotidianità fatta di piccole cose preziose: uno shopping, una passeggiata, un cinema; piccole grandi discussioni come ce ne possono essere solo tra madre e figlia assumono qui un significato profondo: godere del presente è l’unica via per chi sa che non ci sarà un domani. I duetti delle due donne sono irresistibili per dolcezza ed intensità. Alla fine è impossibile trattenere le lacrime, soprattutto per il finale colmo di poesia che la regista orchestra con straziante abilità.
Se fosse un quadro, …Ing sarebbe uno di quei piccoli ritratti in acquerello da mettere davanti ad una finestra luminosa, da cui si vede il mare. Magari quello delle Hawaii.
Il titolo si riferisce al presente progressivo della lingua inglese.

L'abisso della solitudine

di Boston Teran
Collana Immaginario Dark n. 31, Fanucci Editore, pag. 463 - euro 16,00



Una spietata banda di criminali ha bisogno di un'esca: inchiodano John Victor Sully, un poliziotto di un paesino e poi mandano una gelida killer, Dee Storey con figlioletta al seguito, Shay, ad ammazzarlo. Ma il poliziotto non è morto, emerge dalle sabbie del Messico dove era stato seppellito con un unico scopo: la vendetta. Dieci anni dopo, avrà la sua occasione e le vite di Sully, Dee e la piccola Shay, ormai venticinquenne, si incroceranno ancora.
Fantasmi del passato, fantasmi di solitudine, fantasmi che avvolgono le vite dei protagonisti come nebbia densa e ne decidono i destini. Il mondo descritto da Boston Teran sembra un mattatoio senza speranza, o una tragedia elisabettiana. Ogni personaggio del libro di Teran si muove preda dei fantasmi del passato in cerca di una redenzione impossibile, di una pace che sembra un'utopia da affogare in una violenza cieca e distruttrice, catartica solo all'apparenza, ma in realtà solo un altro tassello per sprofondare sempre di più in abissi di disperazione, odio e cieca perdizione.
Boston Teran ha uno stile riconoscibile: descrizione grafica della violenza, scrittura gotica e dettagliata, dialoghi taglienti ed immediati, attenzione per le psicologie dei personaggi, abilità descrittive che catapultano il lettore fdirettamente dentro le pagine di questo romanzo appassionante.
A parte l'ottimo stile, la vicenda ha dei contorni piuttosto prevedibili, con una storia che ricorda mille altre storie di tradimento, caduta e vendetta, da Payback a Kill Bill – per restare al solo ambito cinematografico - ma lo stile in un romanzo come questo è tutto, e Teran agguanta il lettore per il collo con una commistione di generi, dal pop al gore, dal sentimentale al visionario, e personaggi vividi che restano impressi a lungo.
L'abisso della solitudine avvolge tutti i personaggi, indirizza la loro strada verso un baratro che ha l'aria di un cimitero di anime. Lo stesso cimitero dove si arriva dopo un percorso straziante, combattendo con i fantasmi del passato e del rimpianto, esausti, feriti, con gli occhi pesti ed il cuore a pezzi. Nel suo genere, un libro crudele e poetico.
Dello stesso autore assolutamente da leggere Dio è un proiettile, primo libro di Boston Teran, edito da Mondadori.

martedì 20 gennaio 2009

Addio a Giorgio Bettinelli, giramondo in Vespa

Un ritratto. Un'intervista. Un lungo addio...



Addio a Giorgio Bettinelli, giramondo in Vespa, vagabondo delle strade di tutto il mondo, che affrontava con ironia, intelligenza, curiosità e tanta passione.
Giorgio Bettinelli è morto in Cina, il 16 settembre 2008, all'età di 53 anni, per un malore improvviso. Lì viveva da quattro anni, sulle rive del Mekong, con sua moglie Yapei. Stava preparando un altro libro, informa la moglie, questa volta sul Tibet. Ed è proprio la moglie a comunicare la sua morte, attraverso il blog dell’autore, con queste parole: Sono triste, desolata ma Giorgio non è più con noi, vola libero come un uccello, è in viaggio, ma in un altro mondo, freddo. Giorgio voleva scrivere un libro sul Tibet, ma non può più farlo, ora ha bisogno di dormire. Non so cosa posso fare per continuare il suo sogno, le sue parole e il suo amore verso di noi.

Ho conosciuto Giorgio a Mentana, dove abitava in una deliziosa casa piena zeppa di libri e vinili dentro il centro storico del borgo garibaldino. Proprio a Mentana partì per il suo primo avventuroso viaggio con destinazione Saigon, dove arriverà nove mesi dopo percorrendo 24.000 chilometri. E non si è più fermato...

Alaska-Terra del Fuoco, Australia-Sudafrica, la Vespa Worlwide Odyssey dal Cile alla Tasmania, dall'Angola allo Yemen, e poi la Cina, argomento del suo ultimo libro.

Una vita in viaggio. In Vespa. Così si può riassumere la storia di Giorgio. Ha iniziato a viaggiare a quattordici anni, quando in autostop è arrivato fino a Copenaghen, e non si è più fermato.

Ex musicista (era un componente dei mitici Pandemonium), appassionato fotografo, stupendo narratore, i suoi occhi esprimevano una curiosità e una vivacità rara, stare accanto a lui era essere vicino ad un vulcano in ebollizione, un tornado di idee e progetti. Mai fermo, mai domo...

Lo intervistai in occasione dell'uscita del suo libro del 2002 Brum Brum. 254.000 chilometri in Vespa. Alla fine restai tutto il pomeriggio con lui, mi fece sentire alcuni brani del cd che stava preparando ed era in uscita. Ad un certo punto chiamò qualcuno della casa editrice e lo informò che il libro era in ristampa dopo pochi giorni dall'uscita. Era felicissimo.

Nel corso degli anni lo incontrai spesso, sempre a Mentana, dove prima o poi ritornava. Non cambiò mai, sempre un vulcano, sempre allampanato e soprattutto i suoi occhi, sempre veri, sempre vivaci, sempre curiosi. E i suoi aneddoti, Dio se era un piacere starlo a sentire...

Passavi mezz'ora con lui e ti veniva voglia di mollare tutto e partire con il sacco a pelo all'avventura per il mondo.

Giorgio era più di un viaggiatore e di uno scrittore. Giorgio era, e continua ad essere, un'idea di libertà, l'incarnazione dei sogni di tutti di vivere una vita più vera e più libera. Lui c'è riuscito...

L'intervista che gli feci quel giorno venne pubblicata da un giornale locale; l'ho rispolverata adesso perchè è un peccato non condividerla con il popolo ben più vasto di appassionati dei libri di Giorgio. Ed è un piacere, al di là di tutti i ricordi, di tutti gli omaggi, sentire parlare lui. Che di storie e di racconti se ne intendeva. E di viaggi ovviamente...



Come hai iniziato questa tua lunga avventura?
“Ho sempre avuto un animo vagabondo. Ho iniziato a viaggiare fin da piccolo in autostop. Tutto questo è venuto naturalmente, non mi aspettavo niente, di regola io vivo giorno per giorno. Ero in Indonesia da otto mesi quando ho ricevuto in regalo una Vespa. Non avevo mai guidato una due ruote. Non sapevo, e tutt’ora so pochissimo, di meccanica. Ci ho preso gusto e sono andato a nord di Sumatra. Ci ho messo tre settimane. Sono poi tornato a Roma. Complice anche un sogno avevo deciso di prendere una Vespa e andare a Saigon. Mi hanno consigliato di andare dalla Piaggio per vedere se erano interessati a sponsorizzare il viaggio. All’inizio era una sponsorizzazione un po’ “occulta”, come per dire, “Vediamo che fa questo matto, se fa veramente quello che dice”, ma poi hanno visto che facevo sul serio, e da lì è partito tutto. Del primo viaggio ho scritto nel primo libro, “In Vespa”. Poi ho continuato, gli sponsor sono aumentati tanto da ricoprire il telaio della Vespa”.

Avrai vissuto tantissime avventure.
“Ho subito cinque furti e cinque aggressioni. Le aggressioni con il coltello alla gola o con lo spray paralizzante. Ho passato alcuni momenti molto duri. A volte mi sono ammalato e ho passato giorni in squallide camere d’albergo colpito da febbri strane. Una volta mi si è rotto il polso e sono dovuto stare fermo finchè non mi è guarito. Difficile è anche percorrere interi chilometri di terra sterrata, o i passaggi nel deserto. Senza contare il drammatico episodio che racconto alla fine del libro. Sono stato rapito da ribelli congolesi. Mi hanno tolto tutto. La Vespa non l’ho più rivista. Mi hanno tagliato i capelli. Per tre giorni sono stato in una cella di due metri per due. Ero terrorizzato. Ogni giorno entravano e minacciavano di uccidermi con il machete o con il fucile. Tutti avevano un Kalashnikov che mi sventolavano sotto il naso. Non ho avuto niente da mangiare per tutti e tre i giorni. Alla fine mi hanno lasciato andare, forse il capo ha avuto pietà, non so. Sono dovuto arrivare al confine a piedi, solo con i vestiti sporchi di quei tre giorni. Sono stato fortunato. L’alternativa, mi aveva comunicato il capo, era di morire lì, e lasciare tutto, anche la vita”.

Quali sono le caratteristiche che si devono avere per viaggiare come fai tu?
“Bella domanda. Non so, la curiosità, innanzi tutto, la voglia di non fermarsi mai, di conoscere tantissime persone tutte diverse, le loro abitudini, le loro tradizioni, e poi uno spirito di adattabilità non indifferente. Devi abituarti a dormire dove capita, a mangiare cibo che per te è immangiabile”.

Cosa ami del viaggio in vespa?
“Quando si viaggia come me, si ha tempo per le persone e per l’introspezione. Cose che in una vita normale, presi dagli impegni quotidiani, dalla velocità, dallo stress, si perdono. Così se viaggi e incontri persone noiose, sali in Vespa e parti. Altrimenti puoi rimanere anche dei giorni. Non ho vincoli particolari, posso rimanere ore solo per vedere un paesaggio, oppure a parlare con una persona, ho tutto il tempo del mondo. E poi la sensazione che dà viaggiare in Vespa non si ha se viaggi, per esempio, in macchina, o con una potente moto. Magari arriverei anche prima, ma non è quello il mio scopo”.

Non soffri mai la solitudine durante i tuoi viaggi?
“A volte, ma in genere ho sempre qualcosa da fare. E poi in Vespa riesci a raccogliere per strada tantissimi compagni di viaggio, che ti accompagnano per un tratto e poi ti lasciano. Come la vita, no? Dipende tutto dalla tua attitudine. Io sto bene da solo e sto bene in compagnia. E poi, per quanto mi riguarda, ho tutta una serie di riti che compio per rendere il viaggio più interessante”.

Tipo?
“Io scrivo racconti. Ogni volta che entro o lascio un nuovo paese, una città, un villaggio, scrivo un racconto sul mio taccuino. Ormai i taccuini sono decine. Penso che verranno pubblicati prima o poi. Ho anche l’abitudine, ogni volta che entro in un paese nuovo, di assaggiare il loro liquore tradizionale, o il loro vino, o qualsiasi cosa loro abbiano di tradizionale. E poi ho la musica. Nel portapacchi della mia Vespa, in posizione precaria, c’è sempre una chitarra. Mi diverto a scrivere canzoni, imparare nuove melodie dei posti che visito”.

A proposito, nel tuo passato c’è stata la musica. Tu facevi parte, come cantante, dello storico gruppo dei “Pandemonium”.
“Acqua passata. Ma la passione per la musica mi è rimasta. Nei miei viaggi ho sempre con me una chitarra. Le canzoni che ho scritto durante questi viaggi sono diventate un cd, dal titolo provvisorio di “Bon Voyage”, scritto in collaborazione con Lucio Fabbri, violinista della PFM. Ci saranno quattordici canzoni, ognuna composta in uno scenario diverso, quindi le influenze musicali saranno molto etniche”.

Toglimi una curiosità, in Vespa si rimorchia?
“Tantissimo. Ho conosciuto moltissime ragazze semplicemente dandogli un passaggio, aiutandole nei loro lavori quotidiani. E’ un mezzo che dà fiducia, non ho mai riscontrato atteggiamenti negativi”.

Hai mai pensato di abbandonare la Vespa per passare ad un altro mezzo, magari più moderno?
“Mai. Ormai il nostro è un rapporto indissolubile. E’ un veicolo affidabile. In tutti i miei viaggi non mi ha mai dato problemi seri, è robusta, tanto da poter attraversare deserti o luoghi allagati molto umidi”.

Avrai imparato a fare il meccanico, no?
“No. Ormai è una cosa scaramantica, per me le parti meccaniche del mezzo sono un mistero come prima. Al massimo cambio una candela, già cambiare la cinghia mi dà dei problemi”.

Dei tanti posti che hai visitato, qual’è quello che ti è rimasto nel cuore e nel quale ti fermeresti a vivere?
“L’Indonesia. Ci ho vissuto e nel corso dei viaggi ci sono passato due volte. C’è da dire però che adesso la situazione è più dura. Prima c’era una grande tolleranza religiosa, una convivenza ottima tra le varie religioni ed etnie, adesso la situazione è cambiata. Rimane comunque un posto splendido. Tanto che ci tornerò a breve. Ho notato che i posti dove mi sento a casa sono i posti del quarto, quinto o sesto mondo. Perché mi trasmettono qualcosa”.

Progetti per il futuro?
“Viaggiare, sempre viaggiare. Presto ci sarà la presentazione di un nuovo modello di Vespa, e io e il mio viaggio saremo il veicolo della promozione. E poi continuerò a viaggiare. Non so stare fermo”.

I libri di Giorgio Bettinelli:
In Vespa. Da Roma a Saigon (Feltrinelli 1997)
In Vespa oltre l'orizzonte (-Rusconi- 2002)
Brum Brum. 254.000 chilometri in Vespa (Feltrinelli 2002)
Rhapsody In Black. In Vespa dall'Angola allo Yemen (Feltrinelli 2005)
La Cina in Vespa (Feltrinelli, 2008)

Potete vedere le foto dei suoi viaggi qui.

sabato 17 gennaio 2009

I libri costano troppo? e io me li compro usati!



Come diceva mio nonno, "I libri costano un fottio!". Metteteci la crisi, il costo della vita, l'inflazione, ancora la crisi, fatto sta che i libri sono uno di quei prodotti il cui prezzo è lievitato costantemente ma implacabilmente.

Del prezzo del cd se ne è parlato in continuazione e si continua a parlarne. Dei dvd anche. Del pane, latte e dei beni di prima necessità i vari tg ci fanno una "capa tanta" (sempre il nonno di prima). Ma i libri? Il loro prezzo continua a lievitare, alla faccia del loro essere considerati "prodotto culturale" ed essere assoggettati all'iva al 4% invece che del 20% come i cd e i dvd.

Forse non si legge più (e per me sono cazzate), forse l'offerta e la concorrenza sono spietate e per rientrare dei costi bisogna per forza imporre certi prezzi. Non conosco certe strategie di mercato, ma so che la carta costa (altrimenti la tipografia non ci chiederebbe un aumento ogni tot mesi per stampare il nostro giornale e non andrebbe in Corea a prendere della carta pessima ma economica), la monodopera c'è, non parlo dello scrittore (che qualcosa vorrà pure guadagnare, no? Mica sono tutti pipparol... emh artisti la cui unica soddisfazione è spargere i loro pensieri sul volgo), ma dei grafici, degli impaginatori, degli illustratori, degli uffici stampa (tutta gente che, diciamolo, il più delle volte viene sfruttata senza ritegno, pagata due soldi e il cui professionismo viene tenuto in considerazione come un herpes il giorno dell'appuntamento con la più figa della scuola). E' quindi giustificato un prezzo alto per un libro?

Non si può pagare 19 euro un libro di 230 pagine scritte a carattere 14. Non si possono pagare 15 euro per un racconto breve. Non si può pagare 5 euro un raccontino di una decina di pagine.

Mettiamoci poi che la maggior parte dei libri che compriamo sono merda. Per non parlare dei cosìdetti fenomeni mediatici (Moccia, Troisi, Meyer, Brown...), alimentati da un ufficio marketing di gente con le palle e che conosce bene le esigenze del suo pubblico. In questi casi rimpiangere la spesa fatta - e non è poca - è un vero dramma.

L'unica soluzione? Per me è dietro l'angolo e sfrutta bene questi tempi di crisi. Stanno nascendo come funghi dappertutto negozietti dell'usato. Ricordo che all'inizio venivano guardati con sospetto. Gli italiani ci entravano come se entrassero in un sexy shop. Comprare roba usata? Era da poveracci. I primi affari i gestori li facevano con gli extracomunitari che andavano lì a comprare mobili economici per le loro case, ma di italiani se ne vedevano pochi... andavano a portare mobili e elettrodomestici vecchi, e poi se la svignavano. Molti neanche tornavano a prendere la loro parte di soldi (in genere questi negozi funzionano così: tu porti l'oggetto, una volta venduto una metà va al gestore del negozio, l'altra metà a te).

Adesso le cose sono cambiate. Il vecchio adesso si chiama "vintage". E questi negozietti sono pieni di gente, di ragazzine che cercano l'abito o l'accessorio della nonna che di questi tempi fa figo, dell'appassionato che cerca vinili rari, del neo-sposino che spera di trovare un frigo che va bene per la sua cucina, della mamma che rimedia un giocattolo per il figlio con pochi euro.

Io vado a caccia di libri.

E di affari ne ho fatti tanti. Libri nuovi pagati la metà della metà del loro prezzo; libri rari o prime edizioni quasi regalati... il fatto è che la maggior parte dei gestori di questi negozi consideano la loro merce "cose vecchie di seconda, terza o quarta mano", e non si rendono conto a volte di avere per le mani beni preziosi.

Nel tempo la mia libreria è lievitata, e non fa che aumentare. Non passa settimana senza che me ne torni a casa con tre o quattro libri nuovi.E ho potuto anche azzardare degli acquisti per pura curiosità (Tre metri sopra il cielo, 1 dannato euro, non vale neanche quello, ma almeno mi sono tolto lo sfizio...), approfondire degli autori (Philip K. Dick per esempio, i vecchi tomi della Fanucci si trovano dappertutto a prezzi ridicoli, o Lucarelli il cui ultimo romanzo ho pagato 5 euro contro i 19 di listino, o ancora il giornalista/scrittore Pileggi da cui Scorsese ha tratto i suoi capolavori ma che qua in Italia è ormai da tempo fuori catalogo), e fare affari (Il primo numero di Urania, 10 Ottobre 1952, Le sabbie di marte, Arthur Clarke, 1 euro; Mano armata di Gray, il romanzo da cui Sergio Leone trasse C'era una volta in America, con l'introduzione dello stesso Leone, 2 euro con bacio...).

A volte esco da questi negozietti saltellando e cantando come un cherubino e i proprietari non riescono a capirne il motivo...

In questo modo ho conosciuto e apprezzato autori che mai avrei conosciuto. Così come case editrici piccole ma assolutamente valide.

E ho potuto leggere somme porcate, ma fa parte del gioco dell'appassionato.

Per non parlare di tutto il resto che è possibile trovare, e parlo di fumetti o vecchi giocattoli (e la mia Match Patrol - 3 euro - è lì per ricordarmelo)

Discorso molto simile ai negozietti dell'usato sono le bancarelle durante i vari mercatini domenicali. Ogni paese, rione, quartiere ne ha una, e c'è sempre il bancone con "1 libro 3 euro". Una manna.

Nuova etichetta per questo blog, dunque, "Mercatini e negozi dell'usato", ci inserirò di volta in volta indicazione sui negozi che troverò e una loro descrizione. Se voi ne conoscete altri, scrivetemelo pure e lo pubblicherò.

Boicottiamo chi vuole vendere a peso d'oro la cultura. Compriamo l'usato.

Save the book, save the life.

venerdì 16 gennaio 2009

L'impaginazione è finita...

...e io mi rilasso così:



Da domani si torna a pieno regime!

giovedì 15 gennaio 2009

Conversazioni con Oliver Stone

La vita è un gioco fatto di centimetri
conversazioni con Oliver Stone (1999 – 2008)
di Rüdiger Sturm e Marco Spagnoli



Adoro vedere film. E adoro poi scriverne. E adoro ancora di più leggere poi altre critiche, magari opposte alla mia, su quei film. Mi prosto poi ai piedi dei registi, quando vado alle conferenze stampa, soprattutto a quelle dove il regista parla in maniera appassionata, lucida e divertente dei suoi film, racconta aneddoti e spiega come ha creato quel particolare effetto, o come si è trovato con gli attori (questo se gli attori non sono presenti in sala, altrimenti è tutto un "l'attore migliore con cui ho lavorato... serissimo professionista...). Ci sono alcuni registi poi per cui veramente "al cuor non si comanda", e per me Oliver Stone è uno di quelli(poi c'è John Woo, vabbè, ma lì siamo dale parti dell'omosessualità).
Mai assistito dal vivo ad una conferenza di Oliver Stone, per questo motivo leggere questo libro è un'immersione completa non solo nei suoi immaginario cinematografico, ma nella sua vita, nei suoi pensieri, nelle sue difficoltà di uomo e regista alle prese con i nostri tempi (lui che ha realizzato Platoon, Salvador, Wall Street, Talk Radio...). La vita è un gioco fatto di centimetri, edito da Reality Book, è una raccolta ragionata di conversazioni straordinariamente attuali con il controverso regista di W, attualmente in programmazione e che, segnatevelo subito, sarà trasmesso il 19 dicembre da La7.

Un decennio di interviste con uno dei registi più controversi e problematici del cinema americano che con W., il suo ultimo lavoro, appena acquisito per l’Italia dalla Dall’Angelo Pictures, ha aperto il Festival di Torino diretto da Nanni Moretti. Da Ogni maledetta domenica a World Trade Center, da Alexander a W., Oliver Stone racconta se stesso e il suo cinema in maniera molto diretta e ispirata, illuminando alcuni punti oscuri della sua personalità ma soprattutto emergendo come uomo a tutto tondo, con le sue contraddizioni, i suoi volori, la sua tenacia.

Una completa Dvdgrafia a cura di Flavio Della Rocca conclude questo libro che vuole costituire un punto di vista personale e privilegiato sul lavoro di questo regista intelligente e testardo, adorato e controverso, autore di un cinema unico, originale e indimenticabile.

Soprattutto gli europei, nel 2008, hanno iniziato a guardare a Bush come a un fenomeno passeggero: ho parlato con francesi e inglesi che mi chiedevano perché avessi realizzato un film su Bush come se lui, ormai, fosse una ‘storia vecchia’. Stupidaggini! Se qualcuno pensa che Bush sia finito sbaglia. Lui non è finito. La sua politica è evidente, ha cambiato la legge americana forse per sempre. E’ stato fatto un gran lavoro per eliminare problemi costituzionali, per accentuare una presidenza imperiale, i poteri di intercettazione, l’accettazione del potere di intercettare e di un governo che ha il diritto di sorvegliare le nostre vite. Come potremmo tornare indietro? Nel 1978 è passata una legge che ha permesso al governo di intercettare le telefonate e ora il governo è diventato un mostro che può ascoltare e distruggere qualsiasi cittadino.
E’ una cosa che mi fa paura e che dovrebbe far paura a tutti.


Oliver Stone, 2008

mercoledì 14 gennaio 2009

Coliandro, nuove puntate dal 20 Gennaio



Coliandro è stata una piacevolissima sorpresa della stagione televisiva estiva 2006. Nessuno ci puntava un cent su questo telefilm, realizzato nel 2004, caciarone e citazionista, invece le storie di Lucarelli, la regia dei Manetti Bros e le interpretazioni di un Giampaolo Morelli bel calato nella parte hanno decretato il successo della serie. I primi 4 episodi hanno raggiunto il 12% di share e punte più alte tra i giovani e i laureati (15%). Coliandro è inoltre uno dei titoli più scaricati dagli utenti di Rai Click, ed è oggetto di molti blog e contatti su Internet. La prima serie è stata venduta in molti paesi stranieri tra cui Francia, Paesi Bassi, Spagna, Grecia, Albania, Ukraina, Slovacchia, Bulgaria, Ungheria, Romania, Ex Jugo, Vietnam.

Adesso Coliandro ritorna in tv, dal 20 gennaio sempre su RaiDue con 4 nuovi episodi.

Squadra che vince non si cambia: story editor della serie è sempre Carlo Lucarelli: l’Ispettore Coliandro è nato dalla penna dello scrittore bolognese, ed è il protagonista di uno dei suoi best seller, "Il giorno del lupo", da cui è stato tratto il primo episodio della serie. La regia è affidata ai Manetti Bros. Il protagonista della serie è Giampaolo Morelli affiancato da Gargiulo (Giuseppe Soleri) che come al solito seguirà Coliandro in tutte le sue inchieste non autorizzate come suo braccio destro. Entrano a far parte della squadra anche due nuovi colleghi: una poliziotta di fresca nomina, la Balboni, (Enrica Ajo’) e l’ispettore Gamberini, poliziotto laureato in psicologia (Paolo Sassanelli) amico e talvolta compagno di macchina, spesso in amichevole conflitto con Coliandro per il suo approccio analitico e celebrale alle inchieste, molto diverso da quello fisico verbale e intuitivo del suo collega.

Coliandro avrà poi una protagonista diversa per ogni singolo episodio: Gloria Bellicchi per "Sesso e segreti", Gilda Lapardaja per "La Pistola", Valentina Lodovini per "Mai rubare a casa dei ladri" - ad eccezione dell’episodio "Doppia rapina" in cui rientra in scena Cecilia Dazzi nel ruolo di Alessia che avevamo incontrato nell'episodio "In trappola" della prima serie.
Comparsate speciali per Philippe Leroy, Luca Carboni, Lamberto Bava, G Max, Roberto Citran, Gigio Alberti, Giorgio Comaschi.



Ecco qui per voi le trame dei nuovi episodi:

LA PISTOLA
Sceneggiatura di Carlo Lucarelli e Andrea Cotti

Coliandro si fa fregare la pistola da una ragazza di origine slava, Jelena, mentre cerca di arrestarla per un tentato furto. Jelena, però, non è una ladra: è una giovane donna in fuga, spaventata. Dato che non può certo rivelare a colleghi e superiori di essersi fatto rubare la pistola, Coliandro è impegnato come al solito in una indagine personale. Aiutato solo da Gargiulo, insegue la sua pistola e di conseguenza la ragazza, finendo per scontrarsi con un’alleanza tra la spietata “mafia dei balcani” e la camorra, e portando alla luce un giro di riciclaggio di rifiuti tossici.

DOPPIA RAPINA
Sceneggiatura di Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi

Un gruppo di rapinatori mascherati e in apparenza efficienti fa irruzione in una banca prendendo in ostaggio clienti e impiegati per fare aprire dal direttore la cassaforte nel caveau. In una toilette della banca si trova però Coliandro , che accortosi del tentativo di rapina, riesce ad avvertire i suoi colleghi. Arriva il Gambero a trattare. Nel frattempo la situazione all’interno della banca si è capovolta: tre criminali “veri” che devono recuperare degli importantissimi documenti, prima che la Longhi li raggiunga con un mandato di cattura, approfittano della situazione per agire ed ecco che banditi (criminali da quattro soldi con armi finte) e ostaggi si trovano prigionieri di feroci banditi pronti a tutto. Ma non hanno fatto i conti con Coliandro che metterà i bastoni fra le ruote ai veri criminali, spesso involontariamente e facendosi anche scoprire, fino a provocarne l’arresto e salvare gli ostaggi malgrado le perplessità dei suoi capi.

SESSO E SEGRETI
Sceneggiatura di Andrea Cotti e Andrea Magnani

L’omicidio di Luigi D’Orrico – anonimo titolare di una piccola ditta che si occupa di raccolta ed elaborazione dati – non sarebbe un caso eclatante. Se non fosse che sono coinvolte escort, squillo d’alto bordo, e se non fosse che inaspettatamente le indagini vengono rallentate e deviate da ordini dall’alto. Coliandro – escluso dalle indagini ma con la volontà di rimediare agli errori passati – si trova di nuovo a indagare per conto suo. Aiutato da Claudia, un’altra escort, Coliandro riesce a rintracciare l’unica testimone dell’omicidio, rivelando così una trama complessa, che passa attraverso documenti compromettenti e nascosti, per poi arrivare a cellule deviate dei Servizi Segreti colluse con gruppi di potere economici e politici.

MAI RUBARE A CASA DEI LADRI
Sceneggiatura di Giampiero Rigosi e Matteo Bortolotti

Da una macchina arrivata all’alba in un campo di nomadi rumeni sulla riva del Reno, scendono alcuni uomini che, con precisione militare, aprono il fuoco sulle roulotte senza ferire nessuno. Sembrano tornati i tempi delle aggressioni razziste della Uno Bianca. Ma si tratta invece di un avvertimento e Vlad lo capisce subito. Due ragazze giovanissime della sua banda hanno rubato nella casa sbagliata, c’è qualcosa che deve essere restituita. Vlad e le due ragazze vanno a riconsegnare la refurtiva ma subito dopo sia lui che una delle ragazze vengono uccisi, la più piccola riesce a fuggire e va a rifugiarsi da Coliandro che, qualche giorno prima, l’aveva sorpresa a rubare e l’aveva lasciata libera. Coliandro con l’aiuto di Elena, una giovane assistente sociale che si occupa di nomadi, e del Gambero riuscirà a scoprire un pericoloso gruppo criminale formato anche da ex carabinieri con a capo un maresciallo in servizio.

L'amore secondo Welsh



“Sai, Nukes, non sono abituato a questo tipo di gioco, eh, no. Cioè, non sono mai stato veramente innamorato, prima, per cui non so se è vero amore, una questione di chimica o una forma di infatuazione. Però mi pare che c’è qualcosa, vecchio, qualcosa di profondo, di spirituale…”

“Già trombata?”, chiede lui.

“Nah, nah, cerca di ascoltarmi…il sesso non c’entra. Stiamo parlando di amore. Elettricità, chimica eccetera…ma ancora più in là. Perché quuella roba lì è sesso, sballo e nient’altro. Ma non so cosa sia l’amore, vecchio, cioè: essere innamorato”.

“Sei stato sposato, no?”

“Si, caterve di anni fa, ma a quei tempi non capivo niente. Avevo soltanto diciassette anni. Volevo soltanto avere il mio buco tutte le sere, mi sono sposato solamente per quello”.

“Motivo abbastanza valido. Eh, c’è mica niente di male ad avere il tuo buco tutte le sere”.

“Si, vabbè, però ci ho messo poco a scoprire che, sicuro, lo volevo tutte le sere, ma non dalla stessa ragazza. E lì sono cominciati i casini”.

“Bè, Lloyd, forse sei arrivato al punto. Forse hai appena trovato la definizione di vero amore. Amore è quando uno vuole il suo buco tutte le sere, ma dalla stessa ragazza…”.

Ecstasy di Irvine Welsh
Dialogo che mi ricorda - vai a capire i labirinti della mente - la canzone Chiudi gli occhi (la vita è un sogno) del grande Fausto Rossi, contenuto nell'album L'erba.

domenica 11 gennaio 2009

Una testa mozzata

Kingdom of Fife
di Irvine Welsh
2008, Guanda



Jason King è un ex-fantino disoccupato, che vive tra interminabili partite di Subbuteo, di cui è niente meno che campione regionale, un vero e proprio Re del Gioco, il sussidio di disoccupazione e il pub in cui si incontra con gli amici per bere boccali di "oro nero", spettegolare sulle locali ragazze e fantasticare. Suo padre è un socialista che ha scoperto i gangsta rapper americani, che per lui incarnano la vera anima della protesta: "C'e dentro più politica nelle parole di 50 Cent che in cento dischi di quel finocchio di hippy che senti tu!", dice riferendosi al Cat Stevens che ascolta il figlio nei momenti di introspezione.
Jason King, a parte il calcio che venera come una religione, ha una passione per la pornografia, la masturbazione, l'alcol e le ragazzette della buona società in pantaloni aderenti da fantino, tutto materiale masturbatorio di prima qualità. Ed è proprio per una di queste ragazzette, Jenni Cahill, figlia di un imprenditore della zona, che il fantino perderà la testa. All'inizio lei non sembra troppo entusiasta di ricambiare le attenzioni di quel "nanerottolo schifoso" di Jason. Ma si sa, al cuor non sempre si comanda...

Ecco a voi l'amore secondo Irvine Welsh: una storia romantica, tragica, sboccata e molto divertente; un racconto - o un romanzo breve, fate voi - in cui il celebre autore non lesina volgarità assortite, personaggi memorabili (il padre ed il prete, grandiosi), dialoghi e monologhi surreali e il più delle volte osceni e molto gustosi.

All'inizio è proprio il linguaggio e l'alternarsi di due voci interiori così diverse ma accumunate da una stessa rabbia e insoddisfazione a impedire una certa immedesimazione da parte del lettore occasionale (o di chi non è avvezzo allo stile di Welsh). Ma basta superare questo primo scoglio, per essere trascinati dal flusso dei personaggi e dalla loro vitalità giovanile.
Alternando infatti le due voci di Jason e Jenni, emerge un ritratto di un mondo giovanile mai così vero e appassionato; che sia scozzese, romano, giapponese o iraniano non importa, vista l'universalità di certi argomenti e sentimenti. Lo slang veloce, volgare, frammentato e sgrammaticato che i personaggi parlano è pura poesia giovanile metropolitana, ma soprattutto è reale e quotidiana, lontanissima da - tanto per dirne una - il romanticismo tarocco di un Moccia.

Meno incisivo di altri suoi romanzi (Colla, Il lercio e Trainspotting sono lontani), ma comunque godibilissimo. Complimenti a Massimo Bocchiola, il traduttore, capace di ricreare e rendere credibile il gergo impossibile di Welsh.

Nota a margine: Inizialmente il racconto faceva parte di una raccolta di altri cinque scritti, If you liked school, you’ll love work, ora, era veramente così impossibile presentare tutta la raccolta nella sua interezza invece di dare alla stampa come singolo romanzo quello che effettivamente è un romanzo breve? Ok, è un'ottima mossa commerciale, ma trattare il lettore, e il fan di Welsh, con un po' di rispetto, no, eh?

sabato 10 gennaio 2009

Nomination

di Lello Gurrado
2006
Fanucci Editore - Collezione atlantica



California. Una televisione privata organizza un reality show che mette in palio la vita. Si intitola "L'esecuzione" e i concorrenti sono criminali già condannati a morte, che vengono trasferiti su un'isola del Pacifico per partecipare al gioco. Racconteranno le loro storie spiati 24 ore su 24 dalle telecamere, e ogni sabato sera il pubblico da casa sceglierà il concorrente da mandare a morte.

Lello Gurrado è un giornalista che, fino a questo romanzo, ha scritto libri di cronaca, cultura e storia tra cui Mamma eroina, Don Mazzi un prete da marciapiede e Se ho smesso io. Alla fine, anche se si dedica a personaggi e vicende immaginarie, in questo Nomination non va poi molto lontano dalla realtà, e lo scenario che propone potrebbe essere il set di un possibile futuro programma tv in onda sulle nostre reti. Non riesco a capire perchè l'idea di ambientarlo in America, quando anche in Italia un programma come il Grande Fratello ha suscitato clamori e chiacchiere di sociologi e psicologi (oltre che preti, giornalisti, casalinghe...), e che l'italico lido ben si prestava al gioco al massacro messo in piedi dallo scrittore.

Libro letto in pochi giorni ed è forse questo il pregio maggiore, perchè se è vero che si legge velocemente grazie ad uno stile di scrittura asciutto, a capitoli brevi ed incisivi, e grazie ad una vicenda che ha pochi momenti di stanca, è vero anche che il romanzo non graffia, e il tutto si perde in una costruzione piuttosto superficiale dei personaggi e in alcuni snodi di trama che danno l'impressione di voler suscitare interesse a tutti i costi, cadendo invece nel frettoloso e nell'effetto shock fine a se' stesso.

Da Orwell alla Marcuzzi, sullo stesso genere di satira graffiante vi consiglio Il Grande Macello edito da Stampa Alternativa. Se riuscite a trovarlo per un misero euro vi portate a casa una raccolta di racconti horror, thriller e noir firmati da Alda Teodorani, Gaetano Mistretta, Luigi Boccia, Nicola Lombardi, Dominick Mason, Marco Minicangeli, Ivo Scanner, Stefano Bovi, Marco Vallarino, Monica Mariotti.

Due cose da fare nel 2009



1) Iniziare a fare sport. Il problema - anzi, i problemi sono: la palestra mi annoia; il calcio lo detesto; il basket l'ho praticato da ragazzino e basta, e poi non sono portato per gli sport di gruppo, gioco sempre da solo; punterei su qualche arte marziale, che mi faccia sfogare e mi dia anche una certa disciplina. Sto puntando sul kendo, mi affascina il pensiero di seguire la "via della spada".

2) Finire di scrivere il mio libro, che in origine doveva essere una specie di manuale di giornalismo ed è finito col diventare una cronaca criminale nella Roma di oggi.

Mano male che l'anno è appena iniziato...

venerdì 9 gennaio 2009

Mia e V.V.



Mia Wallace: "Non odi tutto questo?"
Vincent Vega: "Odio cosa?"

Mia Wallace: "I silenzi che mettono a disagio, perchè sentiamo la necessita' di chiaccherare di puttanate, per sentirci a nostro agio"

Vincent Vega: "Hm, non so, è un'ottima domanda..."

Mia Wallace: "E' solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace"

GAG - Giovani Aspiranti Giornalisti



Tutti, anche i più grandi, sono stati giovani aspiranti giornalisti. Il mondo è pieno di - adesso li chiameremo - GAG. Per pochissimi sono una risorsa, per la maggior parte carne da macello da sfruttare senza ritegno per un pungo di euro. Però da qualche parte si deve pur incominciare, no?
All’epoca era un GAG di 20 anni, in pratica un cucciolo spaurito e spelacchiato che scodinzolava a tutti e faceva tanta tenerezza. Per caso, entrai a lavorare nella redazione di un settimanale di zona. Avevo mandato il curriculum i primi giorni di Agosto, cercando un’occupazione ma non sapendo bene cosa, con il solo desiderio di voler fare qualcosa che riguardasse la scrittura. Partii per le vacanze e il giorno stesso del mio ritorno in città, la direttrice della testata mi convocò per un colloquio.
Emozione. Era la prima volta che entravo in una redazione. Una stanza enorme con computer dovunque e fogli sparsi dappertutto e confusione e urla da manicomio.
“Non ci far caso - disse la Direttrice - stiamo chiudendo il numero”.
Pensava che avessi mandato il curriculum perché ambivo al posto invidiabile di strillone, poche lire a copia venduta, quando gli dissi quali erano le mie intenzioni, mi squadrò attentamente.
“Vuoi fare il giornalista? - disse - bene, allora vai per strada e portami qualche notizia. Ti dico una cosa, prima la impari, meglio è: una città si legge dai suoi manifesti”.
Ero uscito dalla redazione euforico. Ero un apprendista giornalista. Si, vabbè, e adesso? Nell’indecisione, feci come mi aveva consigliato: mi attaccai ai manifesti. C’era un concerto parrocchiale per una raccolta fondi di non ricordo cosa. Poteva essere una notizia.
Era morto un dottore molto in vista nella zona: notiziona.
E così, una settimana dopo la mia “assunzione” uscì il giornale con una pagine interamente dedicata a me. 5 Settembre 2000. Apertura: Il commosso addio al Dottor S.. Taglio basso: Concerto alla parrocchia G..
Da appendere, se magari non campeggiava gigante la foto del morto. (Continua)

giovedì 8 gennaio 2009

Tornare a leggere il Re



Tornare a leggere Stephen King dopo svariati anni e qualche delusione non è una cosa da poco, è un vero e proprio atto di fiducia, di venerazione, un ritorno nelle lande oscure che mi hanno terrorizzato e affascinato; è tornare a cavalcare in sella ad una bicicletta con un gruppo di amici; è scrutare la realtà e inorridire per quello che c'è dietro; è affrontare vampiri, lupi mannari e lui, It, il più cattivo di tutti.
E' tornare ragazzino in quella libraria scalcinata che aveva i libri del Re impilati in file disordinate, li prendevo, leggevo la trama, ammiravo le copertine ed era sempre troppo difficile scegliere!; è leggere al buio sotto le coperte con una lucetta che distruggeva gli occhi; è aver voglia di finire presto i compiti di scuola per tornare ad immergersi nella lettura; è leggere una pagina al giorno, arrivati alla fine di It, perchè non si ha voglia di finire il libro.

Tutto questo preambolo per dirvi che a Siena, in una splendida libraria di libri antichi, ho trovato la prima edizione di Ossessione, il libro che King scrisse con lo pseudonimo di Richard Bachman e che poi fu ritirato dal mercato per sua volontà. Ovviamente torneremo a parlarne appena finirò di leggerlo.

mercoledì 7 gennaio 2009

Cinenostalgiche visioni: Schegge di follia



...chiamato anche Heathers, o Lethal Attraction, in Italia Schegge di follia, film del 1989 diretto da Michael Lehmann. Da che io ricordi, passò sui nostri schermi solo una volta, verso la metà degli anni '90. Ricordo che il canale - mi pare Italia 1 - lo pompo' parecchio per tutta la settimana, con trailer creati ad hoc per incuriosire la platea di ragazzini in cerca di emozioni forti e personaggi carismatici... io ovviamente ero tra quei ragazzini e aspettavo con ansia la visione. Il film era interpretato da un luciferino ad affascinante Christian Slater (che venne paragonato dalla critica ad un giovane Jack Nicholson) e da una deliziosa Winona Ryder (oltre che dall'antipatica Brenda di Beverly Hills 90210).
Il film era proprio come me l'aspettavo, cinico, cattivo, nerissimo, grottesco, una satira al vetriolo sulla scuola e la società che cannibalizza i giovani e li fa diventare carne da macello sull'altare dell'apparenza, del perbenismo, della religione, il tutto vestito da black comedy dall'aspetto tipicamente anni '80, nelle acconciature, nei vestiti, nelle musiche e nella fotografia.
Il pezzo forte del film era sicuramente Slater, ribelle con impermeabile nero, moto e carisma da vendere, che offre una interpretazione molto intensa bissata solo, qualche anno dopo, da una altro piccolo cult giovanile - di cui torneremo a parlare presto - in cui interpretava un altro giovane ribelle, cioè il dj per caso che trascina alla rivolta una scuola in Pump up the volume.
Da segnalare che dopo la messa in onda di Schegge di follia, la cronaca italiana riportò la vicenda di un ragazzo che, suggestionato dalla visione, si suicidò. Un corto circuito non da poco visto che il suicidio giovanile era uno degli argomenti forti del film; la cosa ovviamente fu pompata ad arte dai giornalisti e di questo film si persero le tracce.

Coraggio... fatti ammazzare (di botte)



Clint Eastwood, più che un uomo... un totem, un reduce di altri tempi virili e gloriosi, dove gli uomini grugnivano, si pestavano a sangue, sparavano, scopavano perennemente corrucciati con un sorriso che gli tagliava a metà la faccia come una cicatrice, un mozzicone di sigaretta al lato e il bicchiere sempre mezzo pieno.
C'è poco da fare, io lo adoro. Come attore, e come regista. Non sbaglia un film. Il suo stile è talmente classico, che forse Clint è l'ultimo della sua generazione, un tesoro da custodire gelosamente. I suoi film si aspettano sempre con ansia, e come proiettili sparati da una Magnum, fanno sempre male.
E poi vogliamo mettere l'"uomo Clint"? Classico ed essenziale. Questo è quanto dichiara al giornalista di Panorama che lo intervista (Panorama del 23 Dicembre 2008): "... anche se l'altro era più grosso e te le suonava, almeno avevi reagito e guadagnato il suo rispetto. Oggi sento parlare di risolvere le cose psicologicamente, non so quando è cominciata questa generazione di femminucce, forse quando tutti hanno cominciato a interrogarsi sul significato della vita. E vogliamo parlare di questa massa di masochisti con tatuaggi e piercing?".
Ecco, in queste poche frasi c'è tutto Clint, la sua visione sulla vita e sui tempi attuali.
E adesso non ci resta che aspettare con ansia il suo nuovo film Gran Torino. Clint torna a far male, e grugnisce che è una meraviglia...

martedì 6 gennaio 2009

lunedì 5 gennaio 2009

Adios Mario...



Act1: Liceo. Frangettoni e Converse. Cassettine clandestine. Auricolari durante la lezione. Risate trattenute a stento. Il Prof. di religione scandalizzato a vita.
Act2: Estate. Campeggio a San Benedetto del Tronto. Mangianastri dentro una Uno rossa. Quattro amici. Risate a crepapelle. Mare.

Knockout

Dotsuitarunen, 1989
di Junji Sakamoto



E’ un personaggio tragico il pugile professionista della prima opera di Junji Sakamoto, Knockout. Un personaggio che è arrivato in cima, a costo di grandi fatiche, per poi precipitare rovinosamente al suolo. Dura sarà per lui la riconquista del posto che gli spetta.
La prima volta che appare Eiji Adachi è un bambino. Litiga con alcuni compagni, poi corre a perdifiato e dà pugni all’aria. Salto temporale. Adesso è un adulto. E’ sul ring, combatte contro un colosso nero. Un pugno ben assestato e Adachi è a terra sanguinante. La scena successiva ce lo mostra in sala operatoria, sotto i ferri. Questo nei primi cinque minuti di film. Il susseguirsi della pellicola vede Adachi aprire una palestra e cercare di tornare in piena forma per risalire sul ring e prendersi la sua rivincita. Dunque duri allenamenti, diete ferree, fino al momento del riscatto.
In questa sua prima opera, girata ad appena trent’anni, Sakamoto mostra una vitalità ed una padronanza del mezzo filmico veramente invidiabile. A tratti controllata, a tratti decisamente anarchica, utilizzando ralenti, accelerazioni o fermi immagine, la macchina da presa rimane appiccicata alla pelle del protagonista. E se la storia è trita e ritrita - alla fine sembra di assistere alla versione live action di Forza Sugar o Rocky Joe, anime conosciutissimi in Italia fin dagli anni ’70 - nonostante ispirata ad una storia vera, quello che ci mette il regista è una vitalità ed una energia che fanno letteralmente esplodere il film, in questo aiutato da attori non professionisti che ci mettono corpi cinematografici perfetti. Stonano un po’, in questo caso, alcuni inserti umoristici che sembrano spezzare l’azione drammatica, e se nelle opere future il regista imparerà meglio a gestire i cambi di tono, Knockout arriva comunque allo spettatore come un vero e proprio pugno. E se il finale con fermo immagine è il riconoscere uno status eroico al pugile, è il prefinale che arriva come una scheggia impazzita nel tessuto realista del film, sporcandolo con una poesia illuminante sul sogno di un bambino che si diverte a prendere a pugni l’aria.
Fedele al suo spirito anticonvenzionale, il regista approntò una prima visione esclusiva del film in un pallone aerostatico aperto al pubblico nel quartiere di Harajuku di Tokyo e davanti alla stazione di Osaka. La distribuzione “regolare” arrivò dopo lo scalpore suscitato da queste proiezioni.

The Shield - Ultima serie



Mi devo ancora riprendere. Ultima serie per The Shield, e ultime due puntate viste con il fiato sospeso e il cuore in gola. Tutti i nodi vengono al pettine in un finale nerissimo e senza speranza. Qualcuno muore, qualcuno sopravvive, qualcun altro perde qualcosa... noi sicuramente perdiamo uno dei più grandi telefilm polizieschi che siano mai stati realizzati ed una manciata di personaggi memorabili e ottimamente costruiti che mi mancherà molto non ritrovare nella prossima stagione televisiva. Ringraziamo solo che, di questi tempi in cui serie tv interessanti vengono tranciate a metà senza un finale degno di questo nome (e penso al caduto sul campo My own worst enemy), Shawn Ryan, creatore di The Shield si sia preso il tempo di intessere trame su trame (il più delle volte contorte) e approfondire le psicologie dei personaggi (e non solo quelli principali), tanto da creare una serie corale che non molla mai e ti stringe in una morsa fatta di intrighi e suspance. Onore dunque all'autore, agli attori e alla manciata di registi - tra cui si è cimentato lo stesso Michael Chiklis - che hanno reso alla perfezione tutto il degrado e la violenza di una periferia americana.
Curiosità da nerd: chissà chi vincerebbe un ipotetico scontro tra Vic Mackey e Jack Bauer!? Scontro tra titani. Certo poi se ci si mette in mezzo anche Walker...
L'immagine sopra è il mio nuovo sfondo del desktop.

domenica 4 gennaio 2009

Alzi la mano chi oggi lavora!



Un miliardo di cose da fare e tanto per cambiare poco tempo.
Il nuovo Sitopreferito Magazine da impostare. La data di uscita non è ancora fissata ma devo iniziare a sistemare i pezzi, trovarne altri, fare interviste, richiamare all'ordine i collaboratori...
Il sito web, per lo meno la sezione news, da rivedere e ampliare.
Un paio di video da montare e caricare.
E poi c'è tutto quello che esula dal giornale ma che ha sempre a che fare con la scrittura, che mi tiene impegnata la mente più di quanto vorrei.
E le vacanze sono appena passate in un lampo, rimane quest'ultimo scampolo, e poi già dritti fino alla fine del mese. Meno male che ci sono cuore e passione, libri da leggere, film da vedere, musica da ascoltare, progetti da elaborare.
Buon lunedì, e che sia buono davvero.

Whispering Sands

Regia: Nan Triveni Achnas
Interpreti: Christine Hakim, Dian Sastrowardoyo, Slamet Rahardjo, Didi Petet, Dik Doank.
Origine: Indonesia, 2001



Altra recensione riveduta e corretta di un bel film indonesiano presentato all'Asian Film Festival edizione 2005 di Roma. Pescatelo in qualsiasi modo che ne vale veramente la pena.

Daya e suo madre Berlian vivono in un piccolo villaggio isolato in riva al mare. Il padre della ragazza, un venditore ambulante, li ha abbandonati anni prima per cercare fortuna. Berlian, donna fredda e chiusa, vigila severamente sulla sua ragazza. Daya ama la natura e ama stendersi sulla sabbia per ascoltare i sussurri che dichiara di sentire provenire da essa. Quando una serie di omicidi colpisce il villaggio delle due donne, madre e figlia decidono di abbandonarlo.

Tutto il dolore e la poesia del crescere è presente in questo suggestivo film indonesiano. Una ragazzina che riesce ad ascoltare i sussurri della sabbia vive con la madre in un piccolo villaggio in riva al mare. Aspetta il padre, che è partito ormai da molto tempo. Arriverà la guerra, e porterà con sé dolore e lacrime, ma anche crescita e maturazione.

Berlian è una donna iperprotettiva nei confronti di sua figlia, addirittura non la chiama neanche per nome, ma con un generico “figlio”, per negare la sua identità di (piccola) donna. Crescere per Daya è difficile, senza un padre, e con una madre chiusa e avara di affetto. All’inizio la ragazza vive in un mondo difficile, ma incantato, in cui c’è posto per la magia e i giochi; in seguito, il ritorno del padre e l’insistenza della zia, che la invita a visitare la “grande città”, la portano a crescere, a diventare consapevole delle regole, a volte ingiuste, della società. Diventa donna, ma non per questo, per fortuna, dimentica la magia del canto della sabbia.

La bellezza di questo film è tutto nelle sue immagini, nel set naturale che appare così alieno e misterioso, nella musica tradizionale fatta essenzialmente di percussioni che lo attraversa da cima a fondo e dona alle scene un respiro magico.
Alcune scene rimarranno impressa per molto tempo nella mente degli spettatori: la prima apparizione di Daya sulle dune battute dal vento; la fuga di madre e figlia nella notte dal villaggio in fiamme; la danza della zia sulla sabbia; gli uomini che emergono dalle sabbie dopo una tempesta; Daya che cammina con una maschera indossata all'incontrario per sfuggire, racconta la leggenda, agli spiriti malefici del deserto.

La regista è alla sua opera prima, e se un difetto il film lo ha, è quello di voler dire troppo in troppo poco spazio, ma Nan Triveni Achnas sa come raccontare per immagini, utilizzando gli elementi naturali e i suoni come elementi principali dell’inquadratura: il vento, onnipresente, la sabbia che scivola sui vestiti, che si solleva inquieta e colpisce i volti, le onde del mare…; lo stesso rapporto tra madre e figlia è fatto di silenzi e piccoli gesti, piuttosto che di parole.
La bellezza del film non sarebbe completo senza la bellissima protagonista, la piccola Dian Sastrowardoyo, modella prima che attrice, al suo secondo lavoro, che contribuisce non poco alla buona riuscita del film prestando la sua figura eterea e aggraziata e una recitazione naturale e spontanea. A lei si affianca la veterana Christine Hakim, conosciuta per La Principessa del monte Ledang.